Itinerario delle Grotte

ITINERARIO DELLE GROTTE

Il luogo: L’anfiteatro che costituisce il fianco sud ovest del Nerone ha qualcosa di grandioso e forma una sorta di emiciclo, esponendo una scarpata che, anche se coperta da una rada vegetazione, si mostra rocciosa e fortemente caratterizzata dal fenomeno carsico. Grotte, spelonche, ripari, cengie, archi rocciosi, sorgive e risorgive, doline, tutto il carsismo sembra esservi rappresentato. Va detto che quest’area è, in fatto di acque sorgenti, probabilmente la piu’ ricca dell’intero comprensorio Catria e Nerone e tra le piu’ ricche delle Marche. O meglio, sarebbe così, se qualche decennio fa non fosse stato effettuato un imponente e radicale lavoro di captazione delle acque, per convogliarle verso le aree a valle. Queste captazioni, secondo alcuni una vera “rapina”, hanno di fatto prosciugato tutta l’area, disseccato torrenti perenni, asciugato interi versanti, depotenziato le poche sorgive rimaste libere. Ciò nonostante, l’area mostra ancora grande interesse e il lavoro delle acque è ben visibile in ogni angolo della montagna e delle sue valli e forre. La risorgiva di Pieja, situata poco a valle del centro abitato omonimo, è un vero spettacolo della natura, con le sue “eruzioni” di acqua limpidissima che alimentano il sottostante torrente Giordano. Tuttavia, l’attività della risorgiva è incostante e fortemente condizionata, nella durata, dalle numerose e massicce captazioni che hanno espogliato il Nerone dalle sue acque perenni (almeno 17 punti di presa tra i comuni di Cagli e Apecchio).

Peja e Fondarca.

Si tratta di un binomio inscindibile: il piccolo villaggio sperduto sul bordo dell’altopiano pensile e il doppio arco roccioso. Pieja è uno dei villaggi piu’ remoti e isolati del Pesarese e delle Marche e per questo uno dei piu’ affascinanti. L’abusata espressione “qui il tempo sembra essersi fermato” appare davvero fondata. Peja, villaggio di montanari (boscaioli, allevatori e contadini) ha antiche origini e nell’anfiteatro naturale di Fondarca vi sono i resti di mura “ciclopiche” di origine piu’ ignota che incerta. L’altopiano su cui sorge il paese è chiamato “i laghi” e probabilmente era un bacino alimentato dalle acque copiose della montagna e prima ancora dalle acque di fusione del ghiacciaio quaternario che scendeva dal Nerone. Il paese ha mantenuto le dimensioni e la struttura originaria, ma per la verità, la maggior parte delle abitazione è stata “ammodernata”. Nonostante gli infissi in alluminio e in plastica, le parabole, il cemento, il villaggio è riuscito a mantenere uno splendido senso di isolamento, rotto solo dalle comitive di escursionisti, sempre piu’ numerose e presenti. Un tempo, i tetti delle case avevano il caratteristico aspetto di case di montagna, proprio delle strutture abitative dell’Appennino settentrionale e, nonostante Pieja sia situata in mezzo ad un’area in cui affiora solo calcare, erano coperti da lastre di arenaria grigia, reperite al di là dei crinali, sulla dorsale silicea delle Serre, che si affianca al Nerone.
Fondarca, ovvero “Fonte d’Arco” è un luogo cui si addice un solo aggettivo: spettacolare. Si tratta del risultato del naturale sfondamento per consunzione del tetto di una grande caverna, il cui “architrave” è rimasto in piedi, su due punti. Si, perché gli archi di Pieja sono due, uno piu’ aereo ed evidente e un altro piu’ massiccio e nascosto. Tra i due, una sorta di ambiente chiuso di forma ovale, circondato tra alte pareti di calcare massiccio. Si tratta di affioramenti rocciosi che caratterizzano la parte calcarea dell’Appennino Pesarese che, va ricordato, e’ costituito da due segmenti di origine ben diversa tra loro, ovvero quello Umbro Marchigiano calcareo e quello Tosco Romagnolo siliceo. Le alte e spettacolari pareti rocciose sono tipiche del settore calcareo e i complessi cavernosi hanno origine proprio qui.

Le grotte: sono una delle caratteristiche piu’ eclatanti del Monte Nerone, che sembra averne una dotazione davvero sterminata: ne sono censite oltre duecentocinquanta, senza contare le spelonche e i ripari sottoroccia. Ne vengono continuamente scoperte di nuove e vi è chi è convinto che tutta l’acqua del Nerone possa avere origine solo da un grande bacino sotterraneo, tuttora sconosciuto.
A Fondarca, proprio sotto al grande arco roccioso, vi è una caverna detta “delle nottole” (dei pipistrelli). L’ingresso è facile e la caverna è stata ben esplorata dalla Soprintendenza archeologica delle Marche, perché al suo interno sono stati reperiti strati ricchi di materiale litico rappresentanti un lungo lasso di tempo, dalla preistoria profonda sin quasi ai nostri giorni. Nella caverna vive il geotritone italiano, un anfibio delle grotte, adattato alla vita al buio, vero endemismo nazionale. E naturalmente vivono, o meglio svernano, folte colonie di pipistrelli di varie specie. In inverno si radunano a centinaia al suo interno, formando dei densi “grumi”, ai piedi dei quali si formano ammassi di guano, fonte di cibo per insetti e geotritoni. E’ bene quindi non entrare nella caverna in inverno, perché la nostra presenza sarebbe fonte di disturbo, costringerebbe i pipistrelli a svegliarsi e a cercare cibo, ovvero insetti, che d’inverno non sono reperibili e potrebbe quindi causarne la morte.
Oltre il secondo arco roccioso, dove vi è un secondo muro di pietra a struttura ciclopica, si apre un canalone, facilmente percorribile in larghezza, che ci offre un ulteriore spettacolo: una sorgente aerea, che zampilla abbondante a quasi 50 meri sopra di noi. Lo zampillo è esteso e continuo e d’inverno la zona è affascinante per i pinnacoli di ghiaccio che si formano a terra.
Flora e fauna di Fondarca meritano anch’esse un accenno: all’interno dell’anfiteatro naturale, abbarbicati sulle pareti, vi sono piccoli alberi: Tasso, Ramno alpino e, incredibilmente, leccio. La presenza nello stesso luogo, nelle stesse pareti, di alberi dalle esigenze e dagli areali di origine così diversi non manca di destare stupore. Ma sembra essere questa una delle caratteristiche salienti della intera catena montuosa del Catria e del Nerone: il paradosso, per il quale si trovano interi tratti di bosco le cui caratteristiche sembrano sfidare le leggi della natura.
Anche la fauna non è da meno e di frequente sulle pareti rocciose appare il “lampo” rosso delle ali del raro Picchio muraiolo, l’unico picchio europeo che vive sulle rocce anziché sugli alberi. Le aree al di sopra dell’anfiteatro sono molto utilizzate dalle prolifiche aquile reali del Nerone, visibili assai spesso anche a distanze tutt’altro che proibitive. Gli schiocchi dei gracchi corallini completano l’opera, conferendo all’area un carattere decisamente montano, casomai ve ne fosse bisogno.

Il sentiero

(anche per questo itinerario è utile lasciare un mezzo a Cerreto per il rientro).

Si parte dall’abitato di Pieja ( Sentiero 200, Sentiero Italia, https://webgis.altavalledelmetauro.pu.it/it/map/escursionismoperpassione/) ma, se si è in gruppo, è consigliabile lasciare un mezzo a fine percorso, per il recupero delle auto. La fine del percorso è nel grazioso borgo di Cerreto, dove termina il bosco e iniziano i vasti prati del Nerone. In 15 – 20 minuti si raggiunge Fondarca. Si esplora la zona, che emana un fascino davvero ineguagliabile e si supera anche il secondo arco, fino a portarsi sotto allo zampillo della sorgente aerea del Giordano, che zampilla copiosa in alto, in mezzo al capelvenere. In estate, lasciarsi bagnare dall’acqua che cade dall’alto è un vero refrigerio ed un sollievo dalla calura. Poi inizia la discesa. Il sentiero attraversa i boschi del versante meridionale del Nerone e dopo poco ci si trova dinnanzi all’ennesimo spettacolo: alcuni pinnacoli di terra argillosa e di marna, fortemente erosi e coperti talora da blocchi di pietra più dura che ne proteggono la forma. Qualcosa di simile si trova in altre aree montane europee, ma di certo uno non si aspetta qui un paesaggio che probabilmente si origina dall’erosione intensa su materiale generato dal gelo dell’ultimo glaciale.
Superate le piramidi di terra, si giunge a Cerreto, dove ci aspetta il mezzo per il recupero auto.

Volendo continuare il percorso dobbiamo arrivare alla strada asfaltata e procedere in leggera discesa. Si segue il tornante e dopo aver percorso qualche centinaio di metri si prende la strada bianca , in leggera salita, che incontriamo sulla sinistra. Si procede in piano per qualche minuto fino ad arrivare ad una costruzione dal classico aspetto anni ’60 – ‘70 , la si supera e si continua fino ad arrivare al vecchio borgo di Calfava, oramai completamente abbandonato. Procedendo lungo la traccia del sentiero, che costeggia vecchi muretti a secco, si sbuca su di un piccolo balcone naturale che si affaccia sulla selvaggia Valle di Pian dell’Acqua. Si tratta di una tipica valle fluviale dalla caratteristica forma a V, scavata nei calcari giurassici dal Fosso di Pian dell’Acqua che da il nome alla valle stessa. E’ compresa tra il versante sud orientale della Montagnola ed il versante nord occidentale del monte Petrano (Costa la Mandraccia). Scendendo con cautela lungo il sentiero, cosparso di detriti rocciosi, si resta a mezza costa fino a sbucare in un vallone laterale dove ci accolgono le acque cristalline di uno dei tanti torrenti che incidono il costone. Guardando verso la testata del vallone, possiamo osservare delle curiose morfologie rocciose a forma di piramide. Si tratta di accumoli detritici che si sono formati durante le fasi fredde dell’ultimo glaciale in seguito all’azione del gelo e disgelo sulle rocce affioranti.
Rimanendo sul sentiero che prosegue verso destra si arriva, in poco tempo, ad affacciarsi su di un ripido costone che indica l’area dove era stata individuata una cava che, per fortuna, è stata poi abbandonata. Da li si scende sul sentiero sottostante in prossimità del fiume. Attraverso alcuni guadi si raggiunge in breve la strada asfaltata che collega Pianello di Cagli a Pieia.
Se invece si supera il torrente si puo’ percorrere il sentiero che risale la valle fino alla località denominata Cupi di Fiamma dove faggi ed aceri danno il meglio di loro nella stagione autunnale tingendo di rosso, giallo e arancio il bosco. Il sentiero prosegue fino ad una cascata denominata dagli abitanti del posto “cascata dell’Orrido” che incide profondamente il costone roccioso. A questo punto, dopo aver ammirato la cascata, non ci resta che ripercorrere a ritroso il sentiero fino a Cerreto.

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