Abbazia di San Vincenzo al Furlo

Acqualagna: Chiesa abbaziale di S. Vincenzo al Furlo

L’abbazia di S. Vincenzo al Furlo sorge in prossimità della Gola del Furlo, sulla riva sinistra del fiume Candigliano nell’area della distrutta città romana di Pitinum Mergens, eretta sui resti di un tempio pagano, prosperò grazie alle offerte dei viandanti che dovevano attraversare la gola.
Il più antico documento che si riferisce al monastero di San Vincenzo, risale al 970, nel 1011 il monastero fu retto da San Romualdo che, nonostante i suoi 104 anni e grazie al suo carisma guidò i monaci verso una vita austera ed essenziale e convinse i più bisognosi di penitenza a ritirarsi e costruire celle entro la Gola del Furlo, nutrendosi solo di acqua, pane ed erbe.
L’Abbazia divenne sempre più ricca e potente, grazie alle offerte e nel 1040 divenne abate San Pier Damiani che, a 33 anni, godeva già di ottimo prestigio. In quel periodo il Monastero era spesso oggetto di saccheggi da parte di orde di delinquenti, ma l’arrivo di Pier Damiani coincise con un momento di maggiore calma.

In questo importante complesso abitò S. Romualdo (1011), uno dei grandi riformatori del monachesimo.
Nel 1264 fu gravemente danneggiata dai Cagliesi che pretendevano il controllo su alcuni castelli di questo territorio, come ad esempio quello di Drogo, ormai scomparso.
Un’iscrizione posta sull’architrave della porta principale ricorda un restauro avvenuto nel 1271, necessario per l’appunto dopo l’attacco. A.-D. MCCLXXI. ECCLESIA VACANTE. ET IMPERIO. NULLO, EXISTENTE. BONAVENTURA ABB(BA)S S. VINCENTII. H(OC) OPUS FIERI FECIT.

Durante lo scisma d’Occidente (dal 1378 al 1418) l’abbazia si schierò con il papa, ed il vescovo di Urbino, fautore dell’antipapa, si scagliò contro i monaci, costringendoli insieme all’abate Nicolò de Baratoli da Spoleto, ad abbandonare il monastero e a rifugiarsi nel monastero benedettino di Castel Durante (oggi Urbania). La decadenza dell’abbazia di San Vincenzo inizia nel 1439, quando papa Eugenio IV incarica l’abate di Gaifa di incorporarla alla Mensa capitolare di Urbino, con tutto il patrimonio annesso (terreni, chiese, due pievi, eremi, celle e alcuni castelli come Sanguineto, Montevarco, Drogo e altri ancora).
Lasciata completamente all’abbandono e priva di monaci, nel 1589 il cappellano la sceglie come sua residenza, e dal 1637 al 1781 vi celebra messe pubbliche, ma già in quest’epoca quel che è rimasto del complesso abbaziale è usato come casa colonica e magazzino.

Del monastero vero e proprio rimane ben poco ma si è conservata la chiesa con solo una delle tre navate originarie, che esalta però l’aspetto semplice e austero tipico dello stile romanico.
Il colore chiaro della costruzione è dovuto all’impiego della pietra locale corniola,
proveniente dalle cave locali.
La facciata della chiesa è a capanna: al centro si apre il portale con arco a tutto sesto e lunetta traforata, sormontato da un’ampia monofora del XV secolo. La lunetta era affrescata e l’architrave, decorato con motivi fitomorfi, è sovrastato da un epistilio pertinente al tempio pagano. La piana superficie della facciata, sulla quale si intravede solo qualche erratico inserimento decorativo, si spiega col fatto che agli ordini minori venivano rivolte precise norme che ponevano limiti alle decorazioni scultoree delle chiese, allo scopo di evitare lo sfarzo che cominciava ad apparire in alcuni luoghi di culto.

Per la pavimentazione della chiesa si usarono grandissimi e spessi lastroni di pietra di origine romana e paleocristiana.
Dallo spazio lastricato, riservato ai fedeli, si può accedere, tramite una stretta scala, al presbiterio rialzato.
L’altare (IX e X sec.) è costituito da un enorme blocco di pietra adagiato su un’ara pagana scolpita, che riporta simboli cristiani, alle pareti si conservano affreschi quattrocenteschi di scuola umbro-marchigiana, alcuni dei quali ancora ben leggibili. Entro riquadri definiti da cornici, si trova ripetuta per due volte una Madonna con Bambino, San Vincenzo ed altri Santi tra i quali si riconoscono San Sebastiano, San Gregorio e San Rocco datato 1525 affresco superstite di un ciclo più complesso.
San Rocco è protettore dei pellegrini e dei viandanti (essendo stato lui stesso un pellegrino), testimonia anche come l’abbazia è posta su una delle più importanti vie di comunicazione fin dal tempo dei Romani, al medioevo fino a metà del secolo scorso, via di comunicazione che passando lungo la Gola del Furlo esponeva chiunque ci passasse a potenziali agguati da parte di briganti e malintenzionati.
Certamente il dipinto più antico, di un anonimo pittore, è una Madonna del latte, frontale, ieratica, col capo coronato, che sembra affacciarsi al centro di due tende scostate. La copertura, scandita da tre costoloni, si presenta per due terzi a volta a crociera, mentre il restante è a capriata. Questa diversità è ben visibile anche dall’esterno, attraverso i due diversi livelli di altezza della copertura. La stretta scalinata presenta ai lati, due aperture ad arco a tutto sesto che conducono alla cripta del X secolo, a tre navate sostenuta da sei colonne con capitelli con bassorilievi d’influenza ravennate.

https://www.lavalledelmetauro.it/contenuti/beni-storici-artistici/scheda/4655.html
“L’antica via Flaminia, luoghi da scoprire” – L’Italia da scoprire, Ciabochi Editore
“La Via Flaminia e la Gola del Furlo” Mario Luni – I quaderni del Furlo
https://www.iluoghidelsilenzio.it/abbazia-di-san-vincenzo-al-furlo-acqualagna-pu-2/

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